Only the Brave

Credo che in alcuni casi l’incoscienza possa giocare un ruolo determinante per la riuscita di alcune imprese. Forse, dentro di noi, una vocina timida cerca di farci vedere la realtà, ma siamo in grado di neutralizzarla, di annientarla grazie all’incoscienza che ci porta a minimizzare i rischi, se non addirittura a nasconderli. A ritroso, forse, è il caso di ieri.

Occasione giotta: StraMilano. Primo rientro sulla distanza di 21 km dopo l’infortunio. Purtroppo, tempaccio da lupi: pioggia incessante, freddo e folate di vento avverso.
Ne eravamo consapevoli, forse ( come tutti i forse di questo post…) cullavamo la speranza che le previsioni fossero sbagliate, ma niente….al suono della sveglia abbiamo trattenuto il fiato sperando di non sentire l’acqua scorrere nella grondaia o il passare delle macchine su un terreno bagnato…invano…la pioggia era li che ci aspettava.

La vocina si è fatta sentire insistente lungo il tragitto verso Piazza Castello, ma nello stesso tempo cominciava a salire l’orgoglio di far parte del popolo dei runners, lo stesso che imbacuccato o svestito (ebbene si, alcuni e non solo i kenioti, hanno scelto l’aspetto ultraleggero da gara estiva nonostante il tempaccio) nei sacchi della pattumiera scendeva in strada verso la gara. Lo stesso popolo che si è schierato lungo la griglia di partenza invocando Mennea, ascoltando l’inno in religioso silenzio ed aspettando il cannone dare inizio alla gara.

Il punto di non ritorno è stato la consegna del pacco con gli indumenti asciutti. La fine definitiva della vocina…una volta in strada nel settore bianco della griglia di partenza. C’è un so che di strano nel trovarsi in mezzo a persone che non conosci, ma che ti studiano, mentre tu le studi. Studi gli esercizi che fanno, i tecnicismi degli indumenti, le magliette che dimostrano le gare fatte, i consigli che si danno, i tempi, le strategie…cerchi di immaginarteli nella vita di tutti i giorni, che lavoro faranno, che tipi di persone sono e come li abbia plasmati la corsa. Sono attimi, frammenti di pensieri che ti fanno dimenticare quale cosa strana tu stia per compiere. Anche ieri è stato così. Al via, mi sono resa conto che ero felice come un bambino che ha l’autorizzazione ad entrare nelle pozzanghere! Era una bella sensazione. Ero carica, sapevo che i chilometri nelle gambe potevano, forse, bastarmi fino al quindicesimo chilometro, dopo, sarebbe stata un’avventura, una sfida con me stessa. Forse la vocina era consapevole di questo mio timore, avrebbe voluto trasformarsi in paura e bloccarmi, non ne ha avuto modo. Inevitabilmente ci siamo ritrovati bagnati. Inevitabilmente avevamo la sensazione di avere i pesci nelle scarpe, ma in quel momento non aveva importanza.

I primi 10 chilometri sono stati fluidi, le gambe giravano abbastanza bene e sciolta la massa di corridori iniziale abbiamo preso subito un buon ritmo, anzi, forse, un ritmo un po’ troppo allegro, tanto che ogni tanto bisognava ricordarsi di risparmiarsi un po’, per tenere le energie! Come temuto e prospettato, il primo muro si è presentato al quattordicesimo chilometro. Il passo si è rallentato, le cuffie hanno ceduto all’acqua incessante e con esse anche la carica adrenalinica della musica! Poi ho focalizzato l’attenzione sul passo di un corridore poco più avanti: è solo questione di gambe, un movimento inconsapevole, ritmico, armonico, non c’è niente di male, fatto questo è solo una questione di testa e cuore. Con questo pensiero in testa sono arrivata al secondo muro….quello più tosto tra il sedicesimo ed il diciassettesimo chilometro. Le gambe si appesantiscono, ti rendi conto che la visiera del cappello gronda e gocciola, quindi sei bagnata, anzi madida!! Incominci a sentire il freddo che ti assale e allora la testa comincia farsi la fatidica domanda: “Quanto manca?” Domanda temuta, ricacciata, infida perché ti porta al bivio di cui ho parlato qualche post fa! In quel momento, si è al massimo della vulnerabilità. Non bisognerebbe mai porsi questa domanda, soprattutto in un lungo, soprattutto in una gara. Ma ieri alla fine del diciassettesimo chilometro mi sono accorta di non sentire più le mani, di non riuscire più a muoverle completamente. L’acqua era incessante, a tratti più intensa, il vento soffiava delle folate molto forti, il diciottesimo chilometro è stata una lotta, poi una maglietta: I’ve finished, what I’ve started! Manca poco, non posso cedere proprio qui!

L’arrivo arena è stato emozionalmente bagnato, sembrava la scena in cui Mary Poppins esce dal viaggio dentro il quadro di gesso posato sul marciapiede: un misto tra soddisfazione e amarezza per l’avventura finita. Tanti madidi ed infreddoliti, alcuni che sbattevano i denti, alcuni che uscivano dall’infermieria perché sul terreno bagnato erano caduti e si erano infortunati.
Tanti ieri sera, come oggi, ti chiedono: ” Perché? Che senso ha? Un conto è una corsetta, ma questa è pazzia!” Non credo sia pazzia, credo che sia l’animo della corsa che chiede incondizionatamente regalando avventure ed incoscienti attimi di serenità!

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