What goes around comes around

Dare è il miglior modo di comunicare.

Uno spot realizzato per True Communication, società telefonica Thailandese, impazza sul web e commuove il mondo con la descrizione di un mondo semplice, fatto di buoni sentimenti che sono la vera radice del comunicare stesso. Fare buone azioni è ancora un modo per lasciare un segno indelebile nella vita delle persone e comunicare se stessi in modo del tutto disinteressato e trasmettere la personalità vera delle persone. Nessuna mediazione tecnologica, solo sguardi intensi carichi di emozioni e semplici gesti carichi di significato per chi li fa, ma soprattutto per chi li riceve, tanto che, a distanza di anni, tutto questo viene naturalmente contraccambiato.

Diametralmente opposto alla rappresentazione del mondo e dei sentimenti fatti dai brand negli spot che popolano le reti italiane: svariate coppie testimonial più o meno rodate e meno efficaci di quanto si possa immaginare in quanto basate su formule trite e trite o semplicistica polisemia linguistica estremizzata dai comici protagonisti; giovani artisti che diventano protagonisti di spot come personificazione di un impegno sociale aziendale, ma poco palesato e dalla costruzione comunicativa molto debole; improbabili pinguini trend setter che, mutuando la voce del cantante Elio, rappresenta una vita godereccia e in costante condivisione, senza alcun riferimento al valore dei contenuti.

In questo caso, invece, i contenuti sono gli unici protagonisti e il mezzo viene soltanto intravisto in alcuni fotogrammi, un’accenno dovuto, ma non necessario allo storytelling del video.

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Un bimbo viene sorpreso mentre ruba delle medicine per la madre malata ed un commerciante nei dintorni interviene per calmare la farmacista, pagare le medicine e consegnarle insieme ad un pasto caldo. Il bambino, inizialmente intimorito e sorpreso per l’esito inaspettato della situazione, fissa il suo sguardo sul provvidenziale commerciante ed il suo sguardo non è l’eloquenza sbandierata a cui siamo abituati nei nostri spot, ma è uno sguardo cinematografico, carico di gratitudine e di commozione.

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La figura del commerciante viene delineata maggiormente dall’episodio successivo, quando alla vista di un pover uomo ed a un breve cenno della figlia ormai cresciuta, non c’è esitazione nel fornire un piatto caldo ed uno sguardo altruista verso chi è più bisognoso. Poi, lo shock. L’uomo cade a terra inerme e la disperazione della figlia fa presagire la criticità di una situazione per la quale sono necessarie costose spese mediche. In questo momento, il telefono compare come mezzo di comunicazione estremamente necessario e circostanziato al rendere noto un fatto di rilevanza non trascurabile. La povertà, la disperazione è raccontata con fotogrammi immaginifici come il conto dell’ospedale ed il cartello affisso sull’ingresso del ristorante per la sua imminente ed urgente vendita. Poi un risveglio ricco di sorprese: il conto dell’ospedale ricompare misteriosamente azzerato accompagnato da un messaggio che con un flash back ricongiunge i tasselli del puzzle e crea un ponte temporale lungo trent’anni, un lasso di tempo necessario per permettere a quel bambino timido, ma intraprendente di diventare medico, di riconoscere nello sguardo della giovane donna e del vecchio paziente, le persone che lo hanno aiutato nel momento del bisogno estremo. “Il conto è già stato pagato 30 anni fa.”

Tornare alle origini della comunicazione, un tempo dove le persone trasmettevano messaggi e sentimenti attraverso la presenza fisica e i gesti, gli sguardi erano la prima rappresentazione delle proprie intenzioni senza la necessità di un’intermediazione tecnica, di un medium impersonale che intensificando le opportunità di contatto ha minato la componente più personale della ragione del contatto. Il mezzo telefonico se ne sta in disparte, quasi un accessorio, un osservatore discreto pronto ad intervenire nel momento del bisogno, senza monopolizzare la scena ed i momenti salienti della narrazione.
Commuovente per i sentimenti raccontati, ma sorprendente per linearità e la genuinità della situazione, il ruolo quasi preistorico assegnato ad un mezzo che imperversa in modo invasivo nella vita di tutti, il taglio cinematografico della fotografia e delle scelte narrative.

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