Milano Abbiategrasso A/R – La force d’un…

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36 km sono tantissimi anche solo da pensare, forse ci si può annoiare trascorrendoli in macchina, per farli di corsa sulle proprie gambe ci vuole costanza, concentrazione e determinazione. Alla fine, tanta fatica che regala un’emozione difficile da descrivere.

Percorso scelto: il naviglio milanese che ci porta dalla chiesetta di San Cristoforo e la sede dei Canottieri Milano fino all’ingresso della città di Abbiategrasso e…ritorno. Già perché una volta arrivati là si è solo a metà strada e per tornare a casa bisogna volerlo fino in fondo.
Ancora una volta, il tempo è stato clemente con noi e ci ha regalato una domenica dal cielo coperto, un freddo umido mai esagerato, ma cosa più importante priva di pioggia. Tre i personaggi chiave: due corridori increduli, ma consapevoli della prova del nove che stanno affrontando, è un punto di non ritorno, la resa dei conti di tutti i lavori e gli sforzi dei mesi precedenti, accompagnati da un paziente allenatore che tirato giù dal letto la domenica mattina, ci segue rifornendoci di acqua , sorrisi, incitamenti, consigli, tempi…una presenza ormai costante e determinante, suo è il merito della nostra forma fisica. Un mattatore buono che ha fatto della nostra avventura anche la sua.

Difficile descrivere dettagliatamente cosa sia successo in ordine cronologico, la concentrazione sul risultato era tale da non lasciare che la mente si focalizzasse su nulla in particolare.

L’inizio è sfilato tra i cavalcavia ed improbabili orti curati nei meandri di una periferia sconosciuta, i primi 10 chilometri sono passati alla scoperta di un percorso assolutamente nuovo, un lungo canale inaspettatamente curato e riservato, in parte, ad uno stile di vita lontano dalla vita frenetica della città. Il punto di riferimento per i 10 chilometri è un ponte caratterizzato dalla seconda delle 4 salite che affrontiamo. All’andata le gambe sono reattive, la salita numero uno passa quasi inosservata, la seconda è più vivace, ma ci regala la svolta. Da lì in poi mancano solo 8 km alla metà ed il percorso è più isolato ed immerso nella natura con tutte le conseguenze sensoriali che ne derivano (cascine e concimi compresi!!).
Oltre alla prova chilometrica, per me domenica è stato anche il battesimo e la confermazione dei rettilinei. Non amare qualcosa ma doverla affrontare a muso duro e per così tanto tempo, ti costringe a riconsiderare i tuoi limiti e i tuoi gusti. Così come è successo per le salite, i rettilinei non credo mi possano più far temere l’insuccesso.
Abbiategrasso si vede all’orizzonte, basta fissare gli occhi sul campanile e le gambe fanno tutto il resto.
Turning point. Un po’ di acqua, un leggero stretching ai polpacci e poi via di nuovo di corsa verso casa.
Da qui in poi sappiamo che prima o poi una crisi ci può cogliere. Il consiglio, l’accordo ed il beneficio di essere in tre è che chiunque senta la crisi per primo rallenti e resti con l’allenatore, l’altro procede. Mentalmente il percorso è chiaro e questo rende meno pesante l’idea del rientro: sono “solo” 8 km fino al ponte e poi “solo” altri 10. Essendo un percorso a ritroso, la mente istintivamente ricerca dei punti di riferimento per dare un senso al tempo e al chilometraggio, la prima cascina, la seconda cascina che vende formaggi per copertura ad un traffico di vino tanto l’odore di mosto è forte ed inebriante. Il ponte arriva in fretta e con esso la terza salita: testa bassa, passo corto e si sale. Passaggio pedonale e siamo di nuovo alla sinistra del canale. Mancano 10 chilometri. Siamo vicino al limite chilometrico fatto finora, il passo comincia ad affaticarsi, ma la testa rimane concentrata a reintegrare l’acqua e a non mollare. Raggiungiamo la quarta salita ed un impeto d’orgoglio e di amore oramai per le salite mi fa aumentare il passo. Forse è questo che in parte pagherò negli ultimi 3 chilometri. Unico neo, forse, il fatto che ormai mi sia eclissata nella musica per stordire il system uno e limitare al massimo ogni minimo pensiero di insuccesso o di tolleranza verso qualche passo di camminata. No, io devo farcela correndo! Vedo sull’asfalto sfilare le scritte del conto alla rovescia dei chilometri e mi sembrano infiniti: 6500, 6000, 5500… La musica però non mi impedisce di sentire un consiglio vitale in quel momento: “Fissa quello vestito di blu, non guardare per terra, guarda avanti, guarda il puntino blu, è davanti a te di pochi secondi! Seguilo!”
Un escamotage, che funziona.
Ormai mancano solo 3 chilometri, sembrano un’infinità, ma passano in fretta, le gambe bruciano, il piede destro è infastidito a morte con le stringhe strette, mancano 300 metri…gambe più altre, piedi più sciolti è solo l’emozione che ti porta in fondo!

Soddisfazione pura. Una soddisfazione che attenua momentaneamente le lamentele di ogni muscolo del corpo, perché la gioia e l’incredulità sono più forti.

Le lamentele si faranno più forti nelle ore successive, ma il riposo e il cibo attenuano il tutto e lasciano solo un po’ di intorpidimento segno anche questo che il fisico reagisce bene agli stimoli…seppur estremi!

Un briciolo di consapevolezza in più: Ce la possiamo fare!! Mancano 3 settimane e solo 6 chilometri che saranno comunque in un contesto diverso e per questo, forse, comunque meno di tutto il resto!!

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