ING NYCM 2013 – The D-Day

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Partiamo con ordine. Prendi una città da 8 milioni di abitanti, svuotala completamente, ferma il turbinio di macchine, taxi e poi invadila di 50 mila runners, con il loro unico ritmico rumore delle scarpe sull’asfalto, e di circa 2 milioni di abitanti in festa che gioiscono, incitano, fanno rumore solo per celebrare il passaggio della maratona. Questa la cosa più sorprendente di questa corsa. Una città che scende per strada si attrezza con cartelli, con stereo di casa, improvvisa concerti a cielo aperto in ogni angolo per ricordarti perché corri, per incitarti a dare il meglio e, certe volte, anche a palesarti che Pain is temporary, Pride or Glory is forever.

L’arrivo a Staten Island alle 6 di mattina ci regala una vista mozzafiato dello skyline di Manhattan. Il campo è ai piedi del ponte di Verrazano, nell’area destinata ai pettorali arancioni, ovunque ti giri vedi stagliarsi il ponte nella sua imponenza. Una voce automatica ripete in diverse lingue le procedure di accesso ai corrals e alla linea di partenza. L’attesa sembra infinita, fa freddo e tira un vento gelido. Siamo coperti ed imbaccucati, ma ci ritagliamo un angolino sotto la tenda dei runners per sfruttare il calore umano e non raffreddarci troppo. L’ingresso ai corrals apre alle 10.10, ci togliamo i pantaloni protettivi, ma teniamo i maglioni. Qualche attimo di attesa, la tensione sale prima di avviarci alla start grid. Eccolo il ponte. Li davanti a noi. Ci si guarda intensamente, tutto sta per cominciare ed è assolutamente vero. Via uno strato protettivo. C’è vento, ma sarebbe impensabile correre così. In questo preciso momento realizzi cosa sta cominciando, realizzi quanto ci è voluto per portarti li, ti guardi intorno e percepisci la tensione e l’emozione di ciascuno, cerchi di immaginare cosa li abbia portati ad affrontare una sfida simile, ad affrontare se stessi! L’inno americano innalza l’emotività del momento, poi è un attimo e gli spari di cannone. Il fiume di runners si smuove e lancia urla di gioia, incitamento, sfida, come dei guerrieri pronti ad affrontare un nemico!
Il ponte parte in salita, è completamente esposto al vento, per fortuna ci siamo tenuti uno strato protettivo. L’adrenalina è a mille, ma siamo concentrati a trovare la velocità di crociera concordata mentre ci godiamo le bizzarrie degli altri runners: c’è chi corre con il tutù, chi con un’enorme parrucca afro style, chi con il costume verde da serpente oppure leggi quelli più seri: Imagine a world without cancer, I run against cystic fibrosis…
Appena scesi dal ponte, l’aria si fa più calda e comincia lo “spettacolo” di bande rock (cover del Boss, ACDC..), le chiese con le campane che suonano a festa, una banda scolastica, tamburi afro, insomma, uno dei rettilinei più divertenti della mia vita da runner. Quei 15 km non li ho proprio percepiti. Il ritmo delle gambe è buono, la cadenza dei rifornimenti è tale da non rendersi veramente conto dei chilometri che scorrono. Tutto prosegue per il meglio, fino al quartiere ebraico dove il frastuono di prima si tramuta in un silenzio assordante. Sembra surreale. Le poche persone che percorrono i marciapiedi sembrano non notarti e riprendono i bambini che incuriositi si fermano basiti a guardare. Dura un paio di chilometri e poi si riprende il clima di festa fino al Queensboro Bridge. Avevo sentito dire che quel ponte avrebbe potuto mettere in serio dubbio la volontà di superare il quindicesimo miglio, ma fino a quando lo percorri in taxi non capisci realmente il perché. Un rettilineo in falso piano con una pendenza non esagerata, ma quanto basta per infliggere alle gambe una seria lezione di sopravvivenza al ventiquattresimo chilometro. Tanto è suggestivo l’attraversamento di un ponte semi-coperto, un ponte simbolo per il design di inizio novecento, tanta è la costanza del passo, la fermezza di testa e volontà necessaria per superarlo. Quando inizia la discesa verso la First Avenue ti senti più tranquillo e per un attimo pensi che le salite di un certo spessore possano essere finite.
Imboccato il rettilineo della First Avenue però è dura constatare che qualcosa si è incrinato. Il ritmo stenta ad essere regolare, le soste ai rifornimenti si fanno più lunghe. Con il senno di poi, sono riuscita a collocare in questa parte di tragitto l’inizio di un crollo. Aver perso il ritmo, anche se in quel momento non lo percepivo, mi ha fatto perdere la concentrazione. Ho cercato più volte di riprenderlo, ma niente. Al diciottesimo miglio, sempre inconsciamente, mi sono letteralmente fiondata ad agguantare un tubetto di gel. Stranissimo da parte mia perché nei lunghi non li avevo testati per via dello stomaco, ma soprattutto non ne avevo mai sentito la necessità! Mi metto il gel in tasca. Nicola mi osserva e capisce che c’è qualcosa che non va, mi affianca e cerca di sviare la mia concentrazione su un gruppo rock musicale che suona ai piedi del ponte che ci porta nel Bronx. Il ponte è nuovamente in salita, ma la discesa verso il Bronx la faccio con piacere battendo i 5 ai bambini e ritrovando un po’ di tranquillità fino al ventesimo miglio (trentaduesimo chilometro). Il ventesimo miglio per me rappresenta una svolta, so che ne mancano solo 6 e che sono più o me o 10 chilometri, i più suggestivi che ti portano alla finish line. Con il senno di poi, un errore è stato chiedere il tempo. La prima consapevolezza di essere già al limite di quello prefissato, mi ha spaventato, anche se in quel momento ho avuto ancora la lucidità di dire “Dai, ce la possiamo ancora fare!”. Nicola mi incita: “Il parco è li, è così vicino e poi siamo arrivati!” Sorrido e cerco di riprendere il ritmo e sviare la testa godendomi nuovamente l’incitamento degli americani che impazziscono per l’Italia e ti spronano a continuare a tenere duro, ed un ragazzo che ha scritto su un cartello la proposta di matrimonio per la fidanzata che corre qualche metro dietro di noi. Un po’ di discesa, una piccola serie di curve, lo slargo con la statua di Duke Ellington e l’inizio del rettilineo lungo Central Park. Sabato mattina avevamo notato che quella strada che, più avanti passa di fronte il MET, fosse in salita, ma ci era sfuggito il monte sinai di New York!! Dal ventitreesimo al venticinquesimo miglio ci aspetta ,infatti, una salita che nel percorso newyorkese non ha eguali. La folla e l’incitamento sono assordanti, ma le gambe non ne hanno più di energie per la salita! Un cartello recita run against the wall…il muro…sarà questa la sensazione? È questo il famigerato muro? Entro nel parco in corrispondenza del Guggenheim Museum e passo sotto lo striscione del venticinquesimo miglio senza godermelo. Si esce dal parco e all’angolo tra la 5th Avenue e South Park Nicola mi vede sbandare, mi tocca le mani gelide, mi chiama…mi apre un suo gel e mi ordina di metterlo in bocca. Quella strada che costeggia il parco fino al Columbus Circle la percorro con la sensazione dolciastra del gel in bocca, una sensazione che di solito mi disgustava, ma che in quel momento, mi pervade e mi da un attimo di sollievo. Lo tengo in bocca, lo spingo verso la lingua. All’angolo del Columbus Circle mancano solo 800 metri. Le bandiere del mondo, la Finish line è ad un passo. Le mani si cercano. Ce l’abbiamo fatta!!

La consegna della medaglia rimane un’altra delle cose che gli Americani sanno fare meglio. Fossimo arrivati ultimi ci avrebbero messo ugualmente la medaglia come dei vincitori. Congratulations, You are a marathon finisher! Ha il suo perché!!

Il tempo? Il tempo è un capitolo a parte. Parte del crollo serio avuto dopo il venticinquesimo miglio è stato dato dalla consapevolezza che ormai stessimo correndo per stare all’interno del limite di 5 ore. Ed infatti il tempo ufficiale recita 5 ore e 29 secondi. Mi ci sono volute 24 ore per fare pace con questo tempo. Un risultato superiore di ben 40 minuti quello preventivato. Uno sfacelo. Una sconfitta. Di fronte a Nicola entusiasta, ai genitori esaltati e soddisfatti per la tenacia, io non mi convincevo che fosse un buon risultato. Ok, l’avevo finita, ma non come avrei voluto io e solo io so quanto mi sentissi delusa. Un tempo stimato non a caso, ma calcolato sul tempo del lunghissimo, un tempo ragionevole, con un ritmo più che accettabile. Ogni ragionevole spiegazione: il freddo, le salite, la mancanza di zucchero…tutto, mi sembravano delle giustificazioni, delle attenuanti ed io non le volevo. Mi ci è voluta una notte di riposo per arrivare alla conclusione che: ok, posso ritenermi soddisfatta. Come in ogni ambito ed in ogni circostanza emerge la mia indole del tutto subito! Ma la corsa e la vita insegnano che non sempre si ottiene subito ciò che si vuole. Finirla, ottenere il tempo ed essere in forma smagliante sarebbe stato troppo facile e avrebbe tolto il gusto a tutto il resto. La corsa è meritocratica “Ti ci è voluto un anno se non di più per essere qui. Fin qui hai imparato questo, ma ti mancano ancora altre basilari elementi. Ora hai capito di che pasta sono fatta. Vai, lavoraci su e la prossima volta farai altri progressi!”
Sodfisfatta temporaneamente… Giusto il tempo per rimettermi in sesto ed in pista per pianificare la prossima avventura. Perché questo è un altro aspetto bello della Maratona: puoi essere stanco e scornato quanto vuoi, ma una volta alzata l’asticella della sfida con te stesso non puoi fare a meno di lottare!

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