60 anni di TV – Il compleanno della RAI

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Confesso di essermi accomodata a vedere la trasmissione prevista per celebrare i primi 60 anni della storia dell’emittente RAI con molte aspettative e speranze di poter scoprire degli aneddoti, particolarità finora a me ancora sconosciute, di avere una rapida panoramica sull’evoluzione del fare spettacolo nel contesto socio culturale italiano colto anch’esso nella sua complessa storicità.

Devo ammettere di essere stata presto disillusa al vedere che il susseguirsi di gag indistinto, che sembrava caratterizzare la sigla di inizio, non si è interrotto per assumere, anzi, un’ordinazione alfabetica scandita da board anonimi a sfondo bianco dove le lettere, caratterizzate da una grafica semplicista e colori statici, appaiono in posizione centrale per spostarsi lateralmente e permettere la creazione della parola chiave che funge da fil rouge alla sequenza di immagini successive. L’effetto a cui si assiste è paragonabile ad una lunga puntata di Blob: un insieme di spezzoni di trasmissioni che sì, hanno costituito la storia del palinsesto Rai, ma che proposte in questo modo hanno il mero intento di intrattenere senza lasciare nel consumatore alcun coinvolgimento e alcuna storicizzazione o contestualizzazione. Ammetto che in quanto spettatrice nata negli anni ’80, gran parte degli spezzoni proposti non corrispondevano al mio bagaglio culturale, ma i contenuti, proposti non hanno di certo solleticato la curiosità di approfondire la conoscenza, al contrario, arrivata alla lettera F di Festival, la mia attenzione era già calata del tutto in cerca di altri stimoli e passare direttamente alla lettera Z di zapping!

Concordo che format più istituzionali e documentaristici sarebbero stati forse altrettanto noiosi, forse, così come format propri del mondo dello spettacolo sarebbero risultati stucchevoli e rigidi per coprire un lasso di tempo così lungo e un bagaglio di contenuti così vasto. Allo stesso modo, sono convinta che al di là dell’ordine alfabetico ci sarebbero state delle altre chiavi semantiche di rilettura della storia che avrebbero suscitato maggiore interesse. Credo che la RAI abbia perso un’occasione per tratteggiare un percorso socioculturale dell’Italia attraverso il suo punto di vista, testimoniare l’evoluzione tecnologica avvenuta ed il conseguente sviluppo dello spettatore, indagare le personalità che hanno contribuito a costruire la storia e l’immagine odierna dell’emittente, compiere un’indagine personale rilevante per cogliere l’essenza di se stessa, ripercorrere le tappe essenziali e segnare in modo inequivocabile i prossimi passi dell’evoluzione. Come già mostrato durante l’esperimento di Carosello Reloaded si deve pensare che la RAI non abbia alcuna linea strategica per le esigenze del contesto e del consumatore convergente moderno?

Se è vero che nel suo passato la RAI ha avuto un ruolo fondamentale nella costituzione dell’identità collettiva, ha aiutato a creare e a diffondere l’identità culturale del paese, ha avuto un ruolo di indottrinamento, denotando un’attenzione particolare verso il contesto sociale e continuando a mantenere uno sguardo più o meno attento e proattivo nei confronti dei cambiamenti in atto, nel modo rappresentato ieri sera, la RAI denota invece un appiattimento dell’interesse verso un unico sentimento di revival e nostalgia verso il passato senza alcuna propensione e slancio futuro.

L’unica nota prospettica, comunque a breve termine, è lo spot pubblicitario che non manca di chiudere il programma per ricordare l’imminente scadenza del pagamento del canone!

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