Nice not too nice!!

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La tranquillità e la serenità conquistata nei giorni precedenti svanisce di fronte alla linea di partenza. Non è proprio panico, ma piuttosto confusione, difficoltà a mantenere quella concentrazione positiva costruita nei giorni precedenti. Gli attimi prima della partenza sono delicati: basta una parola in più da qualcuno più agitato per agitarmi, un incoraggiamento mi sembra una promessa che ho paura di non mantenere, l’incertezza sugli indumenti fa scattare i nervi ad entrambi….fisicamente mi sento bene, ma c’è quella sensazione di farfalle nello stomaco, più o meno la stessa di ogni esame universitario quando, pronta, sentivo la pressione di un desiderio e mi sorprendevo a non credere nel risultato sperato. Se questo si univa alla speranza altrui era ovviamente un disastro. Forse nelle mie cose sono sempre stata io contro Io.

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La partenza, nel caso di ieri, è aggravata dalla gamba di Nik. Come starà? Gli farà male? Ce la farà? Partiamo. Le gambe sono reattive e i chilometri scorrono tranquillamente. Quella sensazione iniziale piano piano svanisce lasciando spazio a pensieri che edificano la mia consapevolezza chilometro dopo chilometro. La città è calda nell’accoglienza ed il percorso si snoda tra le vie riconducendoci poi sempre, immancabilmente, sul lungo mare. Miracolosamente non piove. È umido, la scelta all’ultimo momento di togliere l’antivento è stata azzeccata ed il cielo non ha ancora deciso se cedere alla minaccia delle nuvole nere oppure darla vinta al sole. Forse meglio cosi. La corsa procede ed arrivano immancabilmente anche le due salitelle. Nik lotta. Lo vedo dal suo sguardo. Mi dice che il dolore e lì, ma temo che sia qualcosa di più! È sempre qualche passo dietro di me. È la prima volta che mi devo girare per vederlo, per monitorarlo. Ma non molla. Lotta e solo lui sa quanto. Al nono chilometro, inizia il rettilineo che ci porta all’arrivo della dieci chilometri, ma soprattutto all’inizio del grande rettilineo fino all’aeroporto. Andata e ritorno lungo il mare in un rettilineo parente bello del mio amato naviglio! Al nono mi sorprendo dirmi:“Ecco, ora comincia la lotta contro te stessa” i pensieri vagano e si evolvono in sferzate di positività. Sono nata come una persona che ha sorpreso per la testardaggine silenziosa. Qualunque cosa gli altri decretassero non potessi raggiungere o fare, a mio modo, con i miei tempi, l’ho sepre raggiunta e la soddisfazione è sempre stata mia. Certo, costa fatica, ma odio l’immobilismo. L’immobilismo è di chi muore, di chi è morto e si ferma perché non può o non vuole lottare.

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Abbiamo raggiunto il pacer delle 2 ore. Un’asiatica alta poco più di un metro e sessanta, un guerriero d’armata: passo costante, sorriso stampato sulle labbra, un saluto per tutti quasi stesse facendo una passeggiata in centro, non un minimo accenno ad un bisogno di acqua o di ristoro, niente, inesorabilmente costante. Ma dove li tirano fuori? Nik mi ingaggia in un gioco psicologico che capisco anche senza parlarci. Da quando abbiamo incontrato il pacer delle 2 ore ha accelerato il passo. Se accelera lui, accelero anch’io e lui lo sa. Se sto attaccata al pacer, non mollo e lui lo sa. Quando raggiungo la linea del pacer, lui rallenta. Io rallento. Lui accelera e spinge verso il pacer. Io raggiungo il pacer. Sta facendo una fatica, ma capisco il gioco e mi aggancio alla pacer correndo lungo la mezzaria tra l’andata ed il ritorno, in modo da vedere i Running Skull più veloci, incitarli e motivarmi a mia volta. Per due volte ai ristori, in cerca d’acqua perdo il ritmo, ma lo riprendo con uno sprint. Sono un rosolio e al quindicesimo il tempo di 1 ora e 27 secondi non fa che confermare i presagi più positivi. Al quindicesimo mi aspetto il giro di boa, ma non c’è, si fa attendere e per un attimo mi stizzisco per quello spostamenti di 500 metri. Ancora non so per quale motivo!! Al ristoro del diciassettesimo non sento Nik che mi dice:“Non mollare il pacer, l’acqua la prendo io” mi perdo perché non c’è l’acqua, riparto, ma ormai il pacer è molto più lontano delle altre volte. Accenno un aumento della velocità, ma la mia pancia a quel punto si sveglia ed impone il Suo di ritmo! È fatta. Persa la concentrazione. I due chilometri successivi sono interminabili, finché ripreso un po’ il ritmo, mi giro e vedo Nik che accenna qualche passo di cammino e mi dico che forse il mio dolore non è niente in confronto. Lo affianco, lo incito….Andiamo a prenderci la Finish Line.
Il tempo conferma inesorabile quanto è stato già vissuto 2 ore, 2 minuti e una manciata di secondi. E quello che volevo e mi ero prefigurata? Per niente! Uno segno indelebile, un incubo che non riesco a scollarmi di dosso e che ormai mi sembra di giustificare con i miei racconti. Un brutto risultato che mi perseguita e che mi sta togliendo la voglia anche di scrivere perché mi sembra tutta una giustificazione, una motivazione costruita e poi demolita in pochi attimi. È vero, il mio obiettivo è molto più in là. Il mio obiettivo richiede ancora più concentrazione.
Ma mancano solo 4 settimane e il dubbio si insinua.
Sono nata cuor contento ed il ciel lo aiuta e lo sguardo non fatica a spostarsi là dove voglio arrivare, cominciando fin da ora a fare qualche calcolo di passo e ritmo, ma sarebbe disonesto non ammettere che il dubbio ci sia. La voglia è altrettanto forte, mi aggrappo a questa, comincio la settimana detox in preparazione al lunghissimo di domenica e a rinsaldare la fiducia!!!
Dopo tutto…Ever tried, ever failed, no matter. Try again, fail again, fail better.

Un sorriso alla medaglia, le lacrime per dopo….

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