The D-Day 2 – The Glorious One

Questa volta penso di essere pronta. Sicuramente, ci saranno tante persone che si chiederanno: “42 km…caspita, ma cosa pensi mentre corri per ben 42 km???” Ebbene, questa volta mi sono concentrata più che potevo e, forse, sono pronta a rispondere! È vero, 42 km sono veramente tanti e non si riesce a pensare ad un’unica cosa, è piuttosto vera l’associazione tra la maratona e la vita perché in 42 km si riesce a condensare un numero infinito di emozioni che in un giorno normale, forse, neanche volendo potresti provare!

Domenica mattina ci siamo svegliati sotto il presagio ed i segni evidenti, in realtà, di una delle giornate scozzesi peggiori per il tempo atmosferico di fine Maggio. Pioggia insistente, folate di vento, cielo plumbeo intenso e costante. Nessuna speranza di miglioramento se non le previsioni online che sembravano promettere qualcosa di buono, mentre fuori imperversava il peggio. In queste condizioni, abbiamo fatto in bocca al lupo agli Skulls iscritti alla mezza ed abbiamo guardato dalla finestra della nostra reggia gli impavidi partire dalla griglia di partenza verso la loro vittoria.
Nonostante tutto, cercavo di stare tranquilla. Non c’era niente di diverso che potessimo fare. Dare forfait per il tempo? Forse, ma da vigliacchi. Fingere malori? Abbassare la soglia di attenzione e scivolare ai primi chilometri? Per guadagnare che cosa? Avevamo lottato nei mesi precedenti, ora il nemico andava affrontato! La tranquillità si stava rivelando addirittura troppa quando dirigendoci verso la griglia di partenza io e Lela non ci stavamo accorgendo del tempo che passava e chiacchierando amichevolmente ci avvicinavamo al punto incriminato, peccato che non avessimo fatto i conti con le tempistiche per la consegna della sacca con il cambio!! Per fortuna non sono stati del tutto scozzesi e puntuali, altrimenti avremmo dovuto andare direttamente in aeroporto!! Chi lo avrebbe ammesso di non aver corso la maratona per aver sbagliato le tempistiche??? Il coach, come minimo, ci avrebbe radiato dal gruppo!!! Per fortuna che c’era Nik, sempre in ansia per le scadenze e le tempistiche che urlandoci dietro ci ha riportato alla realtà!! Espletato tutti i compiti più “burocratici”, ci siamo posizionati nella nostra wave di partenza in attesa degli ultimi 20 minuti. Al contrario di New York e per la prima volta all’inizio di una gara, non mi sono sentita fuori posto. Al contrario. Mi sono sentita parte integrante del tutto. La tensione di chi mi circondava era palpabile. La curiosità di cosa li avesse portati li e quale fosse stato il loro percorso, la loro risoluzione è sempre molto alta. Ti guardi in giro nella speranza di trasmettere il tuo percorso e di cogliere alcuni frammenti degli altri, per farli tuoi, per crescere e accrescere la tua appartenenza a questo popolo errante.
Al countdown, il nostro discorso, fatto mantra:
America will never ever ever stand down.
We are Boston.
We are America.
We respond, we endure, we overcome,
We own the finish line.

La Lela ci guarda un po’ incredula, ma forse si sta abituando alla nostra pazzia!! 6,5,4,3,2,1, Go!!!
Il tempo che la folla si sgrani un pochino, il passaggio sul tappeto e via, si comincia a correre!

Ecco, i primi chilometri la testa si divide nettamente in due parti: una parte, quella più goliardica, fa il pieno del tifo e della carica adrenalinica che la massa in partenza, le urla, la musica riescono a trasmettere, l’altra parte, centro operativo in stile Esplorando il corpo umano, si attiva perché tutti funzioni all’unisono. Si attivano dei check point continui che come un training autogeno partono dalle dita dei piedi, attraversano le gambe ed arrivano fino alla testa in modo tale che ogni punto nevralgico riceva una diagnosi ed una cura in un tempo infinitesimale ed immediato. I primi chilometri si snodano tra le vie della città. Non piove, ha smesso da un’oretta ed ogni tanto si fa sentire il vento che non dichiara le sue intenzioni chiaramente: spazzerà via le nuvole o porterà altro carico? Le vie non sono gremite di persone, ma è la qualità e la totale non curanza delle condizioni atmosferiche a sorprendere. Nonostante, infatti, abbia da poco finito di piovere, le persone si sentono in qualche modo attratte da questa fiumana di persone e si dispongono lungo i marciapiedi, lungo i muretto di cinta delle loro semi-detached houses per incitare e partecipare. Non c’è l’assillante controllo americano, tutto è lasciato alla disciplina e la compostezza degli abitanti. Alcuni hanno portato le sdraio da giardino e le delle coperte per rimanere comodi e al caldo a guardare lo spettacolo! Con il passare dei chilometri, il centro operativo si assesta e la parte goliardica prende il sopravvento: ci si riempi gli occhi ed il cuore con le immagini , la dolcezza dei bambini che cercano un cinque o offrono caramelle gommose.
Un passaggio stretto, una curva a sinistra ed un paesaggio mozzafiato si offre alla vista. Un’ansa del mare che forma un laghetto di forma rettangolare popolato solo da cigni maestosi che in silenzio si risvegliano al passaggio di questi barbari. Numerose sono le espressioni di sorpresa tra i runner, perché sembra di essere entrati in un quadro e quasi si ha paura di profanare la quiete di quel luogo. La scena è intensificata dalla luce strana che filtra tra le nuvole e dona riflessi particolari all’acqua e al cielo.
Un altro passaggio stretto, una curva a destra ed il naso viene invaso dall’odore salmastro del mare d’inverno. Un ponte ci espone al nostro compagno di viaggio: il vento e ci apre gli occhi ad uno spettacolo indimenticabile! Alla nostra sinistra, il mare che riflettendo i colori plumbei del cielo si lascia governare dal vento impetuoso e la spiaggia sottile che resiste al carattere irruente delle onde. Alla nostra destra, un alternarsi di case, ristoranti, centri nautici e prati. Davanti a noi, il rettilineo della costa che ci sembra infinito. Sono passati 10 chilometri, forse qualcuno in più. Il passo è ritmato, il respiro regolare e la mente stabile. Il vento soffia intermittente sferzando delle folate gelide. Non proprio la temperatura che ci si sarebbe aspettati a fine maggio!!
Un ristoro, una curva a destra per superare un campo, un passaggio stretto verso sinistra ed il paesaggio cambia nuovamente diventando più rurale. A sinistra, sempre il mare. A destra, invece, distese infinite di campi, boschetti, prati. Questo panorama, si è distinto dagli altri per la natura incontaminata, ma si è impresso nella mente a forza di ripetizione. Quando abbiamo iniziato quel viale eravamo più o meno al sedicesimo chilometro, lo abbiamo seguito pedissequamente fino al trentesimo circa e lo abbiamo percorso per rientrare verso il traguardo. Per chi non ama i rettilinei, questo percorso è cugino stretto del naviglio di Milano. Anche se a Milano si può vantare un percorso totalmente piatto, fatta eccezione in due punti, mentre il rettilineo scozzese era caratterizzato da un incedere andante molto vivace! Il vento soffia a sfavore, ma ci porta un regalo spazzando via parte delle nuvole più plumbee e portandoci qualche raggio di sole. Verso il ventesimo chilometro, alla vista dei runner più veloci che cominciavano il rientro verso il traguardo chi più virtuoso e ancora nel pieno delle sue forze, chi, invece, incespicava alle prese con i crampi, la mente ha cominciato a dividersi nuovamente limitando al massimo la parte goliardica e lasciando spazio ad una parte meramente razionale. Il centro operativo ha un gran da fare a tenere sotto controllo lo status quo verificando di avere a disposizione il carburante necessario per sedare le emergenze. Una parte nuova si insinua e si interroga. Perché lo fai? Vedi quello che si concede qualche passo di cammino? E se ti vengono i crampi questa volta? Eppure non è in piano? Cosa facciamo, la prossima salita si cammina? La tentazione è fortissima, ma solo la consapevolezza ed alcuni pensieri chiave possono essere un’ancora. Ci si innervosisce, ci si agita, ma bisogna mantenere la lucidità per capire che questi atteggiamenti sono solo delle trappole mentali fatte per cedere. Allora cominci a pensarle tutte, cominci a parlarti da sola…Allora, “l’unica cosa che sai è che non ti devi fermare. Poi sai che sei più forte delle avversità. Sai anche che hai fatto 2 volte i 30 e una volta i 36 e quindi almeno fino a lì ci puoi arrivare. Ma allora ne sai tante di cose!! Guarda…Nik si è accorto che sei in difficoltà. Ha deciso di tenerti l’acqua, un pacer della corsa e della vita. Pensa a tutte le persone per cui lo fai, quelle presenti, passate e future. E vuoi smettere? Bevi di più, a piccoli sorsi. Il 18 miglio, il trentesimo chilometro, pensa a quello, è il tuo giro di boa. Non contarli. Aspetta solo il 18 miglio.” Piano piano la crisi passa così come è arrivata.
Il giro di boa, il mimo di scalare le marce come in Formula Uno, un sorriso, un sorso d’acqua e si entra in un parco. La deviazione sul percorso sterrato non viene tanto gradita dal polpaccio sinistro e non vedo l’ora di tornare all’asfalto. Azzardo, cambio passo per sciogliere il polpaccio. Funziona, si torna all’asfalto e si inizia il rientro verso il traguardo. Non mi ricordo se ho visto il cartello con scritto 18 miles. Ho visto gente fermarsi, accasciarsi a terra, fare stretching, runner soccorsi, ma ho visto, soprattutto, il cartello 21 miles. 5 miglia, un sospiro di sollievo, un sorriso. Il paesaggio è tornato più cittadino. C’è gente che ha organizzato un barbecue nel giardino non curante delle previsioni meteo e ha attrezzato il tavolo imbandito verso la strada per godersi la corsa. Non ho idea del tempo, vedo Nik che controlla un po’ troppo spesso l’orologio, ricambio il check point e la sentenza di Nik è chiara: “Non ne ho più di testa!” La mia testa mi sorprende di nuovo e se ne esce con: “Nik non pensarci, sono i chilometri del cuore questi. Nessuno ne ha più in corpo!” Mi lancio verso i bambini per battere il cinque, prendo le caramelle che finora avevo snobbato per passarle a Nik, ringrazio i militari che passano l’acqua. Penso di avere un sorriso stampato sulle labbra senza saperne veramente il motivo. Sono affaticata, i polpacci sono a posto, o meglio non li sento, ma cominciano a farsi sentire i quadricipiti e le spalle sono intorpidite dalla posizione fissa delle braccia, ma non ci si può pensare. Se si accredita il centro operativo si è spacciati. Il sorriso anestetizza. Il sorriso e lo sforzo di far sembrare che tutto vada bene aiuta me e Nik. Ed il secondo sollievo non tarda ad arrivare quando Nik mi annuncia che manca solo un chilometro e sette. Manca veramente pochissimo, ma non so quantificarlo per cui mi contengo. Ho i brividi lungo le braccia, le gambe vorrebbero lasciarsi andare, ma potrebbe essere deleterio. Si è rannuvolato e comincia a piovere. Tutte le stagioni in un giorno solo. Il vento e a favore ora per cui non si sentono le folate gelide e la pioggia non è troppo pungente. La gente comincia ad essere numerosa ed il passaggio incanalato dalle transenne si fa più stretto. Mancano poche centinaia di metri. È la folla a mandarci avanti. Siamo da soli e come una rock star incito la gente ad alzare la voce, ad urlare di più quasi avesse un effetto positivo sulle mie endorfine. Corro e con le braccia faccio segno di alzare il volume. Funziona!!! Anzi sembrano anche divertirsi con me!
Una curva a sinistra e la finish line si staglia chiara ad un centinaio di metri. Afferro la mano di Nik per l’ultimo rettilineo. Sento chiamare….sono gli Skulls, un sorriso di gioia e lo sguardo si posa imperterrito sull’orologio: 4 ore e 33 minuti. In un lasso di tempo brevissimo faccio in tempo a pensare: “Ok, va bene anche così. No, magari ho lo scarto del tempo personale sull’assoluto!” Giuro e spergiuro di aver fatto un’associazione tale di pensieri mentre mi involavo verso il traguardo. Assurda e sorprendente la mente umana!!

È fatta!!!!! Una carica di adrenalina, una soddisfazione ed una gioia pura inonda il corpo!!!!

Stanca? Si, decisamente. Fermare un moto unisono di muscoli non è così immediato e indolore. Ma la soddisfazione di guardare il Garmin e vedere il tempo tanto sperato, sognato, la soddisfazione estrema di sentirsi un vero finisher per aver abbassato il personal best di 37 minuti. La gioia di averla chiusa indenne ed insieme! L’estrema soddisfazione di guardare il coach e alzare i pugni in segno di vittoria, ammettere di essere stati un po’ indisciplinati, ma che tutto il lavoro, la fatica, le parole siano valse la pena e nessun grazie potrà essere della stessa portata. Renderlo orgoglioso ed esserne orgogliosi. Passare gli ultimi chilometri giurando a mai più ed una volta indossata la medaglia lasciarsi inondare dall’adrenalina e la positività del momento. Chiuderla mano nella mano, sorridere agli amici al traguardo, guardare la medaglia ed essere ancora increduli…bhe…tutto questo fa passare la stanchezza e la fatica in secondo piano. Per tutto il resto….ci sono i muscoli a riequilibrare il ricordo!!

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